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Comunicato stampa

Trento, 22/01/2026

Nei giorni scorsi è stato presentato “AcquaBosco”, un progetto che propone interventi periodici sulla vegetazione perifluviale dei torrenti Avisio e Travignolo, raccontandoli come “cura dell’ambiente” e come risposta quasi obbligata a esigenze di sicurezza idraulica nelle aree antropizzate. In questa narrazione, la vegetazione diventa il problema e la “manutenzione” la soluzione, con il sostegno fattivo ed economico di un soggetto privato in supplenza alle risorse pubbliche.

Acque Trentine contesta con forza questo approccio: i fiumi non si mettono in sicurezza stringendoli ulteriormente e inseguendo la vegetazione come se fosse un’anomalia. Il nodo cruciale è che in molti tratti fluviali abbiamo tolto spazio al corso d’acqua: lo abbiamo confinato tra opere, argini e infrastrutture, pretendendo poi che si comporti come un canale stabile e controllabile. L’Avisio nel tratto tra Predazzo e l’ex lago di Stramentizzo, per esempio, è stato riempito di briglie artificiali che andrebbero semplicemente demolite per procedere ad una seria rinaturalizzazione del torrente. Nella stessa Val di Fiemme, così attenta alla cura dell’ambiente, si sono recentemente rovinati ben due affluenti integri dell’Avisio, il Cavelonte e il rio Cadino. Quando arrivano piene ed eventi intensi, si scarica la responsabilità su alberi e arbusti (o infrastrutturazione insufficiente!), invece di riconoscere la causa principe: l’occupazione della fascia di pertinenza fluviale e la riduzione delle aree di espansione naturale.

La gestione della vegetazione può essere necessaria in punti specifici (vi sono a questo riguardo precise linee guida anche in Trentino, spesso disattese), ma deve restare mirata, documentata e subordinata a una strategia più ampia: restituire spazio ai fiumi ovunque possibile, ridare continuità laterale e dinamica morfologica, e trattare i corsi d’acqua come ecosistemi vivi, non come infrastrutture da “ripulire”. Senza questo cambio di paradigma, ogni intervento rischia di diventare un ciclo infinito di tagli e ripristini, che normalizza la regimazione come forma di cura.

Questo annuncio arriva, con desolante precisione ricordandoci una volta di più quanto lavoro culturale ancora ci sarà da fare, a pochi giorni dalla scomparsa di Maurizio Siligardi, docente di ecologia fluviale all’Università di Trento e riferimento scientifico e civile per chi ha difeso in questi anni una visione moderna dei fiumi: sistemi complessi, con funzioni e dinamiche che vanno rispettate, non semplificate.

Una società privata che si propone di "dare una mano" nella cura del territorio è del tutto meritevole, nè può avere alcuna colpa nel non padroneggiare fino in fondo la complessità delle dinamiche fluviali: non è il suo mestiere, e l’intento di contribuire alla cura del territorio può essere genuinamente meritevole. Proprio per questo chiediamo che quel merito venga orientato diversamente: non verso azioni che rischiano di rafforzare, anche simbolicamente, l’idea del fiume come canale da regolare, ma verso azioni coerenti con una cultura del "dare spazio al fiume".Se davvero vogliamo parlare di cura, è qui che vale la pena investire.

Acque Trentine – Comitato Permanente di Difesa delle Acque del Trentino

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Per informazioni: WWF Trentino Alto Adige · trentinoaltoadige@wwf.it

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