Comunicato stampa
Trento, 19 gennaio 2026
La violenza dello sci
"Noi continueremo ad utilizzare i cannoni, fino a che il mare non arriverà in Val di Fiemme" Tiziano Romito, presidente Marcialonga
L’ostinazione del modello dello sci alpino è da anni palese: davanti a inverni instabili, si risponde
con più artificio. Acqua, energia, infrastrutture e costi vengono spostati altrove. Rivendicare questa
continua rincorsa come normalità è una mancanza che rischia di condannare all’immobilismo
intere vallate, in un rapporto di malata dipendenza più che di sinergia. È ora che il mondo
dell’impiantismo dimostri un altro approccio.
Lo sci alpino e la cultura della neve hanno dato moltissimo alle nostre valli: lavoro, competenze,
identità, occasioni di incontro, persino un orgoglio condiviso. Proprio per questo, vedere oggi
questo mondo incapace di misurarsi con le sfide del presente non ci può lasciare indifferenti.
Il punto non è essere contro uno sport. Il punto è riconoscere che un modello nato in un altro
clima e in un’altra economia a differenza di molti altri settori in grado di rimettere in discussione
i propri preconcetti si sta irrigidendo, invece di evolvere. Di fronte a inverni sempre più incerti,
la risposta dominante continua a essere sempre la stessa: compensare la mancanza di neve
naturale con altra tecnologia, altro consumo di energia, di acqua. In questo passaggio lo sci
smette di essere un’opportunità e diventa progressivamente una zavorra: un fardello strutturale
che si trascina dietro costi crescenti ed una dipendenza economica sempre più manifesta.
La neve artificiale non è neve nel senso in cui la montagna l’ha sempre intesa: è un prodotto
industriale. Richiede prelievi idrici, energia, infrastrutture, manutenzioni, bacini, reti. Una
logistica che progressivamente si espande, mentre il favore della natura dal quale gli stessi sport
invernali dipendono si ritira, anche a causa della forsennata rincorsa a modelli sempre più
energivori invece che sempre più economici e rispettosi del territorio. Ogni stagione difficile non
porta a ripensare qualcosa, ma a rinforzare il passato. Una spirale, nella sua mancanza di
creatività e visione penosamente discendente.
A questa dinamica si somma un elemento che molte comunità stanno sperimentando: la crescente
concentrazione dei flussi turistici. Un turismo che vive di picchi brevi e intensi tende a mettere
sotto pressione servizi, personale stagionale e qualità della vita dei residenti, lasciando poi lunghi
periodi di vuoto. È un’economia "a scatti", dove l’iper-sfruttamento di poche finestre temporali
convive con una fragilità di fondo: basta un inverno anomalo, un rialzo dei costi energetici, una
difficoltà idrica, e ciò che sembrava solido mostra crepe immediate. Da opportunità, questi
contesti che così tanto hanno plasmato le economie montane si rivelano per quello che sono: tigri
di carta dalle quali dipendiamo, asfissiando ogni possibilità di immaginare qualcosa di diverso.
In questo contesto continuare a raccontare il valore della montagna quasi solo in termini di
indotto e numeri diventa una scorciatoia per non vedere il conto complessivo. Perché il vero
tema non è se un evento "porta soldi", ma quale modello economico e territoriale stiamo
ulteriormente blindando, con quali costi ambientali e sociali. Ed è qui che certe scelte diventano
semplicemente allucinanti: non tanto per la singola cifra o il singolo investimento, ma per la
lucidità con cui si rivendica un successo immediato mentre i costi vengono spostati altrove, con
totale spregio e impunità rispetto a qualsiasi conseguenza.
Lo si vede anche nello sguardo del presidente della Marcialonga Tiziano Romito, che in una
recente intervista pubblicata sul quotidiano l’Adige appare accecato dall’idea di tenere in piedi il
sistema a ogni prezzo. È uno sguardo che certamente non appartiene solo a lui: è condiviso da
molti, perché è lo sguardo tipico di un settore che misura la riuscita guardando solo al breve
periodo e che, proprio così, riesce a rendere invisibile ciò che non entra nel bilancio. I prelievi
idrici, l’energia, l’occupazione di suolo, la pressione sugli ecosistemi, l’aumento della
vulnerabilità complessiva: tutto questo resta fuori dai conti aziendali quindi non interessa nè
viene dichiarato (anzi, viene vilipeso), ricadendo su comunità, territorio, servizi pubblici,
ambiente. È la definizione stessa di esternalità: costi reali, scaricati su altri.
E vale anche per l’altro lato della narrazione, quello "benefico". Quando si dice che lo sci "dà al
territorio", spesso si confonde un effetto collaterale positivo con una responsabilità strutturale.
Le società non operano come benefattori, ma con logica industriale e di guadagno – com’è del
tutto normale che sia. Le ricadute positive, quando ci sono, sono esternalità anche loro: non una
garanzia, non un patto, non un disegno di sviluppo territoriale. Se fossero una conseguenza
strutturale – se cioè il modello fosse davvero pensato per massimizzare benessere locale,
resilienza e tutela del capitale naturale – quello stesso modello che oggi critichiamo avrebbe
saputo trasformarsi rispetto alle sfide del presente, invece di renderle progressivamente sempre
più pesanti e complesse.
L’assurdo, però, si coglie quando questa ostinazione non è più nemmeno presentata come
"necessità", ma con orgoglio. Quando la risposta al clima che cambia diventa un messaggio del
tipo: andremo avanti comunque, senza mettere in discussione l’idea stessa di "normalità". Qui
non siamo nel campo dell’adattamento: siamo nel campo della rimozione, dell’assurdo. Uno
spettacolo desolante.
E dentro questa rimozione, la frase "Noi continueremo ad utilizzare i cannoni, fino a che il mare
non arriverà in Val di Fiemme" del presidente Romito non è una battuta: è una confessione.
Dice che si è scelto di spingere l’artificio fino al paradosso, come se l’unico modo di difendere la
montagna fosse negare la montagna reale, con violenza inaudita. È una dichiarazione che
trasforma un problema concreto sotto gli occhi di tutti in un atto di fede tecnologica, e un
territorio in un set cinematografico sacrificabile a qualunque costo. È, senza sconti, l’ammissione
che si considera accettabile qualunque cosa: e quando un sistema ragiona così, non sta più
generando opportunità, sta accumulando debiti – ecologici, sociali, economici – che qualcun altro
pagherà.
Nel 2050, dice una canzone tristemente profetica del gruppo Eugenio In Via di Gioia, "Tutti i
ghiacciai dei poli ai confini del mondo saranno sciolti, e gli animali di tutte le altre specie
saranno estinti": e a quanto pare, al presidente Romito come ad altri non frega assolutamente
nulla.
"La testa che spicca fuori dall’acqua non vede il proprio corpo sommerso
È la punta dell’iceberg, l’iceberg intero, il resto è andato disperso"
— Eugenio in Via di Gioia
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