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Valtrigona · Sentiero natura

Cippo 8

La frana dopo il ghiaccio

Confine: gestionale Oasi WWF Italia, coerente con le particelle catastali. Tracciati e tappe: OpenStreetMap (ODbL); i cippi 2, 5, 6, 7 e 13 sono collocati lungo il sentiero dalle indicazioni del WWF Trentino Alto Adige. Il confine è indicativo.

Osservando il paesaggio a monte del capitello, si nota un netto cambiamento rispetto al ripido bosco sottostante. Ci troviamo su uno dei gradini dell’antica valle glaciale, dove il fondovalle appare quasi pianeggiante. Questo ha permesso al torrente di divagare nel tempo, dando origine a piccole piane alluvionali.
Proseguendo lungo il sentiero, si percorre la cresta della morena laterale sinistra, depositata dal ghiacciaio che un tempo occupava la valle, in un periodo compreso tra 10.000 e 12.000 anni fa.
Dopo aver ammirato il verde degli alberi e delle megaforbie che decorano il prato tra le acque, l’attenzione viene inevitabilmente catturata dall’imponente accumulo di grandi massi che si estende lungo le pendici di fronte.
Si tratta di una frana di crollo, ancora attiva, come si può dedurre dalla scarsa colonizzazione di erbe e arbusti e dalle pareti molto fratturate visibili in alto, da cui continuano a distaccarsi rocce.
Con il ritiro dei ghiacciai, è venuta meno la loro pressione contro i versanti, lasciando spazio ai fenomeni gravitativi, che hanno progressivamente innescato i crolli. Questo processo, iniziato con la fine dell’era glaciale, prosegue tutt’oggi.
I blocchi precipitati si sono accumulati mescolandosi alla morena laterale destra dell’ultima fase glaciale, ancora riconoscibile nella zona colonizzata dal pino mugo.

Un habitat prioritario

Un aspetto di grande interesse è la presenza, nel piccolo prato compreso tra il torrente e il sentiero, di un habitat prioritario secondo la Direttiva UE 92/43 per la conservazione degli ambienti naturali.
Si tratta di un “Nardeto ricco di specie”, identificabile per la presenza della Nardus stricta, un’erba caratteristica che cresce formando piccoli ciuffi distintivi.

Verso il lariceto secolare

Proseguendo la salita, si percorre la cresta di un’antica morena laterale (10.000-12.000 anni fa), residuo di periodi glaciali successivi alle grandi glaciazioni.
Da questa posizione sopraelevata si possono scorgere altre piccole piane alluvionali, formatesi grazie ai sedimenti trasportati dal torrente glaciale che scorreva nella Valtrigona.
Man mano che la morena si esaurisce, l’inclinazione del sentiero si attenua, permettendo l’accesso a un lariceto secolare. Questo bosco, fino a tempi recenti, era utilizzato come pascolo arborato, una pratica comune in molte zone montane, che ha caratterizzato anche i lariceti attraversati in precedenza.
A 1790 m s.l.m., il sentiero raggiunge il cippo segnaletico n. 9, segnando un nuovo punto di osservazione sulla straordinaria evoluzione del paesaggio alpino.

CIPPO 9 – Il pascolo arborato a larice

Il larice (Larix decidua) è una specie eliofila, amante della luce, che si insedia preferibilmente negli spazi aperti e luminosi della montagna. In condizioni naturali, il larice si trova ai margini superiori del bosco, nella fascia di transizione tra la foresta e i pascoli alpini.
Nel corso dei secoli, l’attività umana di disboscamento per la creazione di maggenghi e pascoli secondari ha favorito la diffusione di questa specie anche a quote medio-basse nelle valli alpine.
I montanari hanno presto scoperto che il larice, oltre a fornire un ottimo legname da opera, ideale per le coperture in scandole di abitazioni e malghe, garantiva, se mantenuto rado, la persistenza dell’erba al suolo, a differenza di altre specie arboree che creavano ombra troppo fitta.
Per questo motivo, mantenere larici sparsi nei pascoli risultava vantaggioso:

  • Permetteva di avere legname vicino agli insediamenti.
  • Conservava buone superfici pascolabili per il bestiame.

Nascevano così i pascoli arborati a larice, una tipologia forestale di grande valore paesaggistico, pur essendo di origine antropica. Questi ambienti raccontano la storia del lavoro dell’uomo nelle Alpi e sono un elemento comune a diversi distretti alpini.
In alcuni casi, i pascoli arborati avevano anche una funzione idrogeologica, proteggendo i versanti più ripidi dall’erosione.
La diffusione del larice nella parte bassa dell’Oasi di Valtrigona è il risultato di un processo simile. I lariceti che oggi circondano Malga Valtrigona, così come quelli tra Malga Valtrigona e Malga Agnelezza, sono frutto dell’intenso lavoro degli abitanti della valle.
Sebbene oggi trasmettano un’impressione di natura selvaggia, la loro origine è legata all’azione umana secolare.

Gestione e conservazione del pascolo arborato

Con la progressiva riduzione del pascolamento, gli arbusti stanno riconquistando le aree precedentemente mantenute aperte dal bestiame. Tra le specie più invasive vi è il rododendro ferrugineo (Rhododendron ferrugineum), che tende a coprire in modo compatto le ex praterie.
Sebbene la fioritura del rododendro sia spettacolare, la presenza di arbusti troppo fitti limita la biodiversità. Per questo motivo, nell’Oasi si prevedono interventi mirati di conservazione, aprendo radure e varchi nell’arbusteto sotto il lariceto.
Questo favorirà la presenza di specie faunistiche di grande interesse, come:

  • gallo forcello (Lyrurus tetrix)
  • lepre bianca (Lepus timidus)
  • altri piccoli vertebrati tipici della fauna alpina

Il giardino roccioso naturale

Proseguendo lungo il sentiero, si attraversa il pascolo arborato e si raggiunge una rupe di roccia porfirica, che sovrasta il percorso.
Situato a 1830 m s.l.m., questo luogo è di grande interesse botanico:

  • Nelle fessure e sui ripiani della roccia si sono insediate numerose specie di fiori e piante, alcune molto appariscenti, altre più discrete, da scoprire con attenzione.
  • Questo giardino roccioso naturale rappresenta un esempio perfetto di biodiversità, un concetto spesso abusato, ma che qui può essere osservato direttamente nella sua complessità.
    Un pannello informativo, collocato su una bacheca in legno, aiuta i visitatori a identificare le specie più caratteristiche.

Per preservare questo prezioso habitat, è fondamentale:

  • Evitare il calpestio della base della roccia.
  • Non danneggiare le piante presenti, che svolgono un ruolo ecologico fondamentale in questo delicato ecosistema alpino.